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Chi fermerà la musica?

Le vicende del Teatro alla Scala sotto il Fascismo

23 Nov 2018

La sera del 14 maggio 1931, vicino a un ingresso laterale del Teatro Comunale di Bologna, un manipolo di camicie nere picchia il settantaquattrenne Arturo Toscanini, il più grande direttore d’orchestra del mondo. La ragione è che il Maestro aveva rifiutato di dirigere, in apertura del concerto in programma per quella sera, l’inno fascista Giovinezza.

Non era la prima volta che si negava: il 25 aprile del 1926, alla prima assoluta di Turandot alla Scala, Benito Mussolini in persona aveva annunciato la sua partecipazione a condizione che venisse eseguita Giovinezza. «Cercatevi un altro direttore!», aveva risposto Toscanini; e quella volta, per non esacerbare gli animi, Mussolini rinunciò a presenziare.

Toscanini fu uno dei più precoci antifascisti: di idee socialiste, si era candidato con i Fasci di Combattimento a Milano nel 1919, a fianco di Filippo Tommaso Marinetti e dello stesso Mussolini. Molto presto, però, era entrato in divergenza con una forza politica sempre più violenta e orientata a destra, e già prima della marcia su Roma si mostrava ferocemente critico. La sua enorme fama mondiale gli evitò persecuzioni eclatanti fino al pestaggio nel 1931, ma i contraccolpi professionali della sua opposizione erano già molto evidenti. Nel 1929, ad esempio, aveva lasciato la direzione artistica della Scala, in seguito alla pretesa del regime di imporre un commissario per controllare la produzione del teatro. Dopo la terribile notte bolognese, con le camicie nere che lo inseguirono fino in albergo per minacciarlo, Toscanini decise di lasciare l’Italia, da cui rimase lontano fino alla fine della guerra.


Il maestro Arturo Toscanini nel 1936

 

Il Teatro alla Scala, intanto, passava sotto il controllo del soprintendente fascista Jenner Mataloni. Era l’inizio di un periodo buio per il maggiore teatro d’opera italiano: nell’Archivio Storico Ricordi si trovano le testimonianze delle tensioni che correvano tra il più grande editore musicale dell’epoca, Casa Ricordi appunto, e la direzione del Teatro che bloccava produzioni in corso e non permetteva più agli impresari di assistere alle prove. Il figlio del gerente di Casa Ricordi, Aldo Valcalenghi, si era peraltro impegnato in un volantinaggio di protesta per le violenze inferte a Toscanini.
Le leggi razziali – di cui si è appena celebrato l’ottantesimo anniversario – ebbero un impatto fortissimo anche sulla vita del teatro. Il direttore del coro, il maestro di fama internazionale Vittore Veneziani, dovette dimettersi perché ebreo per parte di padre. Non solo: Mataloni vietò agli ebrei di abbonarsi a teatro, iniziativa che ebbe come effetto immediato il rifiuto del grande direttore Eric Kleiber di dirigere il Fidelio, già in cartellone. Così scrisse il maestro viennese:

«La musica è fatta per tutti, come il sole e l’aria […] Negarla a qualunque essere umano è inammissibile».

La musica, insomma, si stava fermando. E l’avvento della guerra peggiorò la situazione. Nella notte tra il 15 e il 16 agosto del 1943, durante un bombardamento, il Teatro alla Scala subì danneggiamenti gravissimi, che ne causarono la chiusura. I milanesi però non si rassegnarono, neppure sotto le bombe: subito dopo la deposizione di Mussolini comparvero sulle pareti del Teatro dei manifesti che evocavano il ritorno del maestro Toscanini.

Ritorno che si avvererà dopo la Liberazione: l’11 maggio del 1946, con il memorabile “concerto della ricostruzione”, Toscanini inaugura il Teatro ricostruito.
Ma neppure durante i lavori, nonostante le difficoltà di un paese in ginocchio, si era smesso di suonare. La stagione della Scala era cominciata regolarmente nel dicembre 1945, ospitata in luoghi alternativi tra cui, per una cinquantina di date che si protrassero fino al settembre ‘46, il Palazzo dello Sport della Fiera di Milano.
Il padiglione – oggi Palazzo delle Scintille – era stato il primo ad essere ricostruito dopo i pesantissimi bombardamenti che avevano distrutto oltre il 70% delle strutture della Fiera. E fu Toscanini in persona ad approvarne l’acustica. Alla collaborazione con il Teatro alla Scala il nuovo Archivio digitale di Fondazione Fiera Milano dedica un percorso tematico per immagini.

Oggi fa impressione leggere quanto determinante fu la musica nell’affermare la libertà, e quanto coraggio e ostinazione furono spesi per difenderla. Ma dopotutto non c’è da stupirsi: la musica è davvero universale e necessaria. Come l’aria e il sole.


Il primo spettacolo della stagione scaligera alla Fiera di Milano: il Mefistofele di Arrigo Boito – dall’Archivio Storico di Fondazione Fiera Milano

RISORSE ONLINE

Archivio Storico Ricordi (sito realizzato da Promemoria)

Archivio Fondazione Fiera Milano (realizzato con Archiui)

La foto di copertina raffigura il Palazzetto dello Sport della Fiera di Milano allestito per gli spettacoli, nel 1946. Dall'Archivio Storico di Fondazione Fiera Milano

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Pubblicata il
23 Nov, 2018